E' l'equazione di Drake. A voi il compito di capire il motivo per cui l'ho usata come intestazione del mio blog. Mi piacerebbe che questo fosse uno spazio per esprimere i pensieri e le riflessioni che mi ronzano in mente e per ricevere le opinioni positive e, soprattutto, negative di chi le riterrà comunque meritevoli di una lettura.

lunedì 14 marzo 2011

Harakiri nucleare

Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente. 
B. Brecht


Le notizie che arrivano dal Giappone hanno riattizzato il dibattito sull'opportunità del ritorno all'energia nucleare in Italia proposto dal governo. I sostenitori di questa linea accusano i critici di farne una questione ideologica: mentre sono d'accordo con la necessità di mantenere la discussione su basi tecniche, trovo che le ragioni per contrastare la costruzione di nuove centrali siano lampanti e sensate.
Visto che si parla tanto di ciò che sta avvenendo a Fukushima, cominciamo da lì. Il terremoto non ha sostanzialmente danneggiato la struttura della centrale, ma lo tsunami ha messo fuori uso tutti i generatori diesel che alimentavano l'impianto di raffreddamento. I reattori numero 1, 2 e 3 (gli unici in funzione al momento del sisma) si sono spenti come previsto grazie alla procedura di emergenza, ma il calore di decadimento prodotto dal materiale radioattivo non era più dissipato dal liquido refrigerante in seguito all'esaurimento delle batterie di scorta, causando un incremento di temperatura. Senza entrare nei dettagli, i rischi sono legati alla necessità di liberare del vapore contaminato da radiazioni per abbassare la pressione interna (misura già praticata), ma soprattutto al pericolo di fusione delle barre di combustibile (in queste ore paventato per il reattore numero 2), che provocherebbe fughe di materiale radioattivo.
In Italia non abbiamo un rischio sismico del genere. Nonostante il nostro territorio sia molto soggetto a fenomeni tellurici, non ci sono faglie che possono originare eventi paragonabili. Il terremoto di Messina del 1908 (anche in quel caso si verificò uno tsunami) fu di magnitudo 7.2, questo in Giappone 8.9, ossia quasi 100 volte più intenso.
I veri problemi dell'energia nucleare sono altri. Quando si effettua una valutazione dei rischi, due sono i parametri considerati. Uno è la probabilità che accada un evento sfavorevole, l'altro è il danno che quell'evento provocherebbe. La combinazione di questi due fattori è quello che comunemente si indica come rischio. Nel caso di una centrale nucleare, la probabilità di un incidente è piuttosto bassa, perché le misure di sicurezza adottate per questo genere di impianti sono elevatissime. In questo senso, i sostenitori del ritorno al nucleare affermano che questo tipo di energia è la più sicura. Il punto è un altro: cosa succede nell'eventualità di un incidente? Chernobyl è un incubo nella memoria di tutti. Viene spesso affermato che la responsabilità dell'incidente è imputabile alla leggerezza con cui le operazioni venivano gestite, il che è probabilmente vero, ma ciò non basta a sminuire la faccenda. Facile addossare le colpe a quei comunistacci dei russi, ma come la mettiamo con gli americani? Three Mile Island, Pennsylvania, fu lo scenario del secondo incidente nucleare più grave della storia, dopo Chernobyl. Quello nell'avanzatissimo Giappone è il terzo. In inglese ci sono due parole che descrivono benissimo la valutazione del rischio: shit happens.
Il pericolo di un incidente non è l'unico punto a sfavore dell'energia nucleare. Prendiamo in considerazione il normale funzionamento di un impianto. Innanzitutto direi che serve l'uranio. Come diceva il Dott. Emmett Brown, procurarselo è un po' più complicato che andare nella drogheria sotto casa (lui si riferiva al plutonio, ma non cambia molto...). Negli anni '60 e '70 era semplice trovare l'uranio. Bastava sostenere qualche dittatorello africano et voilà! Giscard d'Estaing se lo procurava grazie a Bokassa, il cannibale, per esempio. Oggi occorre spesso comprarlo, il prezzo fluttua (metti che Cina, India o Iran comincino a produrre centrali...) e, guarda un po', un giorno si sarà esaurito o non converrà più estrarlo.
Voglio essere accondiscendente. Ipotizziamo che la nostra centrale disponga di tutto l'uranio che vogliamo. Un reattore funziona pressappoco così: entra uranio, escono energia e scorie. Le scorie sono altamente radioattive e restano tali per un periodo da 300 a un milione di anni. Finché si tratta di sotterrare temporaneamente un problema per scaricarlo ai nostri figli e nipoti, non c'è nessuna novità... Se il "problema" dura 600.000 anni, i termini della faccenda sono un po' diversi. Gli americani hanno il deserto. In Europa? I tedeschi hanno pensato bene di stoccare le loro scorie in una miniera di sale, poiché questo genere di miniere è generalmente esente da infiltrazioni di acqua. Peccato che shit happens e stranamente la miniera si sta piano piano riempiendo di acqua, che "lava" le scorie e fuoriuscendo contamina tutto. Non deve essere piacevole sapere che da un giorno all'altro rischi di aprire il rubinetto di casa e farti una doccia radioattiva. Tra l'altro, le scorie delle centrali non sono costituite solo dal materiale di scarto proveniente dal reattore, ma anche da tutto ciò che in varia misura viene contaminato dalle radiazioni, come contenitori, tute, etc... Il punto è che non esiste al momento una soluzione definitiva per le score, specie quelle di III categoria, cioè ad alta radioattività. E se anche ci fosse, voi sareste d'accordo a far costruire un deposito a 10 km da casa vostra?
Ma facciamo finta che alle scorie ci pensi in Mago Zurlì. Le centrali occorre costruirle. Nei piani del governo, noi dovremmo comprare i reattori francesi di tipo EPR (chiamati di terza generazione), analoghi a quello che AREVA sta costruendo per la centrale di Olkiluoto 3, in Finlandia. La costruzione è partita nel 2005 e la consegna era prevista per il 2009, per un costo di 3.2 miliardi di euro. Dopo innumerevoli rinvii, per ora la consegna è fissata per il 2013, ma intanto il costo è salito a 5.3 miliardi di euro. Noi non siamo neanche all'inizio dei lavori. Da noi si sta ancora discutendo sui siti. È ipotizzabile che la prima centrale non veda la luce prima del 2020.
Da un punto di vista economico e politico, che senso ha investire così tante risorse per un progetto che comincerebbe a ripagarsi solo dopo dieci anni. Senza contare che nessuno può prevedere quale sarà lo scenario mondiale allora, nell'ottica dell'approvvigionamento e del prezzo dell'uranio. Non è un caso se in Germania è stato annunciato un ripensamento del governo sull'estensione della vita programmata delle centrali nucleari tedesche. Noi no, pur di garantire appalti e affari, operiamo una politica energetica folle, quando invece potremmo investire su fotovoltaico ed eolico e diventare leader europei in materia di rinnovabili. Niente di strano, in un paese in cui le energie rinnovabili hanno lo stesso trattamento delle "assimilate". Cosa c'è fra le assimilate? L'energia prodotta dai termovalorizzatori, una parola che ha magicamente sostituito il termine inceneritori, molto più cupo e poco customer-friendly. Detto in parole povere, in Italia la spazzatura è una fonte di energia rinnovabile, come il sole e il vento, per cui la finanziamo anche dalle bollette dell'energia elettrica. E se risolvessimo il problema delle scorie nucleari portandole ad Acerra? Magari bruciano...

3 comments:

Anonimo ha detto...

tra l'altro: c'è chi sostiene il nucleare dicendo che in giappone la centrale è stata costruita male (vedi Paolo del Debbio...gran bei giornalisti che abbiamo in Italia...). Pensa: se è pericoloso in Giappone (il paese in cui l'onestà del costruttore e le leggi ferree sono sicuramente superiori a quelle degli italiani-vedi edifici che resistono ad una magnitudo 8.9...x noi pura fantascienza!) figuriamoci in italia con il magna magna generale e generalizzato (vedi la sabbia nell'impasto del cemento dell'aquila).
Chiara

diegod56 ha detto...

forse, per nostra fortuna, la faccenda ci costerà un mare di soldi a noi cittadini ma, vista la disorganizzazione italica, potrebbe anche essere che nessuno di noi vivente vedrà mai una centrale finita di costruire

Salvo ha detto...

@ Chiara:
Paolo Del Debbio non è un giornalista, è un portavoce e per giunta scarso...


@ Diego:
Quello che mi preoccupa non è la disorganizzazione, ma la corruzione. Se si decide di fare le centrali, c'è il rischio che si facciano davvero, ma figuriamoci se le mafie non ci mettono le mani sopra.

Il punto, però, è un altro. Anche cancellando per magia i problemi di corruzione e organizzazione, ipotizzando che le centrali siano fatte benissimo e in tempo, conviene farle? Secondo me no, sia da un punto di vista economico che ambientale che di buon senso.

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